Pio Penzo. 1926 -2026: ritorna tra i suoi boschi e le sue contrade

La città di Schio e il Museo Civico Palazzo Fogazzaro celebrano i 100 anni dalla nascita di Pio Penzo (Piane di Schio 1926 – Vicenza 1988).

Pio Penzo è stato una figura unica nel panorama artistico del Novecento italiano: un sacerdote salesiano che ha saputo fondere la propria vocazione religiosa con una maestria assoluta nell’arte dell’incisione.

Il Museo lo celebra con una mostra antologica in cui verranno esposte le sue opere più significative ad illustrazione del suo percorso artistico.

La mostra sarà aperta al Lanificio Conte dal 20 giugno a 9 agosto 2026.

Orari: sabato e domenica, e 29 giugno 10-13 / 16-19. Ingresso libero.

Domenica 31 maggio sarà inaugurato il percorso Pio Penzo. Un itinerario tra le contrade di Piane di Schio, luoghi dove l’artista è nato e cresciuto e che hanno ispirato la sua opera artistica. Il percorso sarà scandito da 11 edicole recanti riproduzioni di alcune incisioni, ammirabili in un contesto tanto caro a Pio Penzo.


1. Panni al sole, 1964

Panni al sole cattura uno dei tipici momenti veneziani: i panni mossi dal vento e stesi tra le calli. Venezia diventerà la sua città, dove imparerà dell’acquaforte grazie a degli incontri, di cui ci parla nella sua intervista a Mezzano del 13 giugno 1987. Racconta infatti che il suo avvicinamento al disegno e all’acquaforte grazie all’incontro con Mario De Luigi, che nel 1948 lo convinse ad abbandonare gli studi di architettura dicendogli: “Guarda che non sei adatto all’architettura, sei più dotato per la pittura e per il disegno”. Fu il maestro a insegnargli i principi fondamentali del tratteggio verticale e orizzontale, base da cui Penzo sviluppò successivamente una tecnica più personale e morbida.

L’acquaforte gli venne invece insegnata da Giovanni Maioli che però praticava poco questa tecnica. Per questo motivo dovette imparare in gran parte da solo, senza torchi né mezzi adeguati, esperienza che considerava comunque fondamentale per la sua formazione artistica e per la realizzazione di numerosi disegni a penna.


2. Castagno morente, 1971

Castagno morente è una delle tante opere che parlano del luogo dove è nato, un legame che si riconosce in tutta la sua produzione artistica, il punto di partenza della sua attitudine all’arte come forma di espressione, di cui parla nella sua intervista a Mezzano del 13 giugno 1987.

“Ho visto Schio per la prima volta verso gli 8 anni, quindi è un’infanzia tutta vissuta vicino casa. La casa era isolata, un chilometro dalle altre case e quindi l’influenza dei soggetti dalla parte dei prati era dei boschi. Essendo collina piuttosto alta c’erano pochissimi campi coltivati.

Il paese era a 1,2 chilometri da casa mia abbondanti. Andavo solo quando c’era qualche necessità, a parte la scuola, a parte le spese, a parte i pochi amici li attorno i soggetti, quelli che poi ho vissuto, erano le piante e i boschi e i fiori e case dall’alto, quello si ecco. Essendo la mia casa molto in alto vedevo quasi sempre i tetti per cui per anni quasi ho pensato che le case avessero soltanto i tetti, non ho mai concepito i muri portanti delle case, la parte bassa delle case. Mi è sempre rimasta molto questa mania dei tetti.”


3. Mattino, 1953

L’interno di case è un soggetto raro nella produzione di Penzo, Mattino è però una delle sue opere più affascinanti e citata anche dalla critica per la sua tecnica raffinata.

“[…] Penzo è un artista estremamente smaliziato, mai naive, e sempre semplice per poetica immediatezza. Non mancano nella sua opera anche singolari, o forse istintivi, paralleli di alcuni dei momenti più alti della ricerca internazionale. In un’acquaforte del ‘53, «Mattino», non so se più per consapevolezza o per istinto, Penzo si affianca, quasi alla pari, a Balthus. La figura alla finestra, l’interno con il letto, la luce incerta, discontinua, sono elementi di grande suggestione visiva, fortemente evocativi. Ma da questo slancio intimistico troppo scoperto, troppo letterario, Penzo sembra liberarsi subito ritornando a nature e paesaggi in larga misura anonimi anche se sempre motivati da uno spunto reale. Sono, queste, sintesi geometriche di forme, cubi e paralleli incastrati o a grappolo, come in una composizione astratta, e talvolta singolarmente affini ad alcune invenzioni di Neri Pozza.”

Vittorio Sgarbi in Pio Penzo, Acqueforti, 1993


4. La casa di Gigetto, 1975

La casa di Gigetto rappresenta ancora una volta i luoghi dove Pio Penzo è nato e con una curata esecuzione evoca l’atmosfera delle contrade di Piane.

È difficile impadronirsi d’una tecnica grafica così varia e complessa come l’incisione, allo stesso modo con cui un consumato musicista possiede il suo strumento: Pio Penzo ha questo raro dono e ottiene quello che vuole dalla sua mano. Si è costruito così con i mezzi semplici dell’incisione un proprio mondo grafico nel quale possiamo entrare, toccar con mano ogni cosa, renderci ragione delle singole strutture e della legge che le governa. È un mondo che si risponde ad un rigore interno, possiede una lucida trasparenza tra le varie componenti, per cui ogni parte, anche un frammento, obbedisce all’ordine mentale che l’ha concepito e lentamente maturato.

Guido Perocco in Pio Penzo, Acqueforti, 1993


5. Sentiero nel bosco, 1973

“La natura credo vada fatta come Dio l’ha creata, quasi sempre, a meno che non sia stata falsata completamente, come capita modernamente oggi. Per cui non vado mai a cercare cose che non ci siano, trattare diversamente si, certo bisogna sempre eliminare, la natura altrimenti è complicata quasi sempre. Saper elaborare la realtà in modo da portarla più avanti nel senso estetico, delle volte c’è la natura stupenda, ma sono casi particolari, momenti di tramonto per esempio, che sono cose speciali, ma poi fare le cose con calma, è sempre difficile da rendere quel momento li.”

Tratto dall’intervista a Pio Penzo, Mezzano, 13 giugno 1987


6. Zoccoli e zucche, 1971

Zoccoli e zucche è una delle acqueforti di Penzo che evoca la realtà rurale dell’epoca in cui era bambino, gli oggetti di vita quotidiana del suo paese natale.

Nell’intervista del 13 giugno a Mezzano, del 1987, viene chiesto a Pio Penzo come i ricordi della sua infanzia possono collegarsi con le acqueforti e lui risponde:

“Disegni completi fatti da ragazzino diciamo, ne ho fatti molto pochi, sia perché non avevo materiale […]. A scuola la maestra ogni tanto mi chiamava fuori alla lavagna per fare robettine, lei non sapeva disegnare e si valeva della mia propensione, non certo abilità. Più che altro pensavo tanto, quello si, mi so formato lassù forse nel modo di vedere le cose, il paesaggio, di immaginare certe cose che adesso ogni tanto mi vengono in mente e cerco di realizzare. Più che una cosa pratica si può dire che abbia fatto una cosa di mente, vista, rimuginata, sognata, avevo già allora una buona immaginazione. Tante cose le sognavo e poi le fondevo con la realtà […]. Mi piacevano tanto i fiori già allora, anche la natura morta mi sarebbe piaciuta, con la creta ho fatto ben poco, i miei fratelli la usavano di più […]. Come dicevo, credo di aver fatto pochissimo, anche se si trovasse tutto quello non c’è niente degno di essere conservato, l’immaginazione c’era ma le possibilità non c’erano.”


7. Nebbia tra i pini, 1974

Questa acquaforte rappresenta una veduta di monti, pini e nebbia. Un’immagine che fa percepire il grande amore di Pio Penzo per la montagna, ambiente privilegiato dall’artista nel tempo libero.

“Don Pio […] era innamorato della montagna, amava la Casa Alpina di Auronzo e quando era libero cercava sempre di andarci. […] Quando parlava delle sue escursioni, nessuno lo metteva in dubbio perché in montagna […] era un esperto e se avevi bisogno di qualche indicazione lui te la dava.

Di Don Pio ad Auronzo ricordo una persona veramente contenta di stare là, si portava anche i suoi parenti, però viveva in comunità e dedicava il tempo che aveva a disegnare. Credo che andasse anche in giro qualche volta, faceva delle belle passeggiate, lui le vacanze le viveva come tempo libero per lavorare di più, disegnare di più.”

Tratto dall’intervista a Gigi Dalla Vecchia, Schio, 14 marzo 1989


8. Nebbiolina, 1975

Avanzando negli anni Pio Penzo torna alla visione atmosferica che ha caratterizzato i suoi inizi; disegna le nebbie, i sentieri nel bosco, gli alberi come costituiti di trasparenti strutture, con una luce diffusa che ne evidenzia le forme. Nonostante questo ritorno alle origini Pio Penzo non ha mai ripreso in mano lavori conclusi.

“Ogni lastra una per una mi piglia volta per volta, non sono più portato ad una o l’altra, il giudizio è quasi sempre uguale, non saprei quale salvare. Le perdessi anche tutte, penso di farne delle altre finché posso, quando una cosa è fatta per me è fatta e c’è da pensare al resto. Non mi ha mai presa la nostalgia di riprendere quelle vecchie, studiarle, sezionarle, rifarle, rivederle, no ormai quello che è fatto è fatto, non come i miei colleghi che riciclano lastre vecchie, aggiungono, tirano via, abbassano i toni e cercano di rifarle. No a me viene male e a volta faccio solo una copia tante volte neanche, le cose già fatte quello che sono sono e preferisco farne delle altre, finché si può.”

Tratto dall’intervista a Pio Penzo, Mezzano, 13 giugno 1987.


9. Filari, 1969

“Pio Penzo è un abilissimo incisore con molto talento, che ha frugato nella storia dell’arte per trarre origine e respiro alle sue opere. Il primo riferimento che mi viene alla mente è Morandi. E poi le prime incisione di Aymone e quelle straordinarie – per abilità e rappresentazione – di Federica Galli.”

Ernesto Treccani

Per molti critici, il nome di Morandi rappresenta il primo e più naturale accostamento quando si analizza l’opera di Penzo. Come Morandi nelle incisioni, Penzo utilizza il fitto intreccio del segno grafico e il chiaroscuro. In opere come “Filari” la critica vede un forte debito morandiano nell’uso del chiaroscuro.

Nonostante il rispetto per la figura del maestro, Penzo manteneva un’opinione professionale molto netta e parzialmente critica sulla produzione incisoria di Morandi; Penzo lo considerava un gran pittore e disegnatore, mentre non percepiva molta serietà nella produzione di lastre dell’artista bolognese. Secondo quanto emerge dalle interviste Penzo preferiva la “sgobba” e la finezza esecutiva della grafica classica, rispetto all’approccio più pittorico di Morandi.


10. Nuvole bianche, 1975

La sua opera scopre un nuovo capitolo nella storia dell’incisione contemporanea, stabilito sui valori pittorici del tratteggio e sul potere espressivo dell’immagine, fervida di possibilità narrative ed esaltata da una «inconfondibile poetica». È la sua «cifra» non tanto determinata dalla tecnica perfetta, frutto d’un’instancabile e illuminata indagine, quanto e maggiormente della sincronia di pensiero ed esecuzione, di immediatezza creativa, di accostamenti e di sensibilità. Usò il bulino seguendo un’innata esigenza creativa, senza limiti, alla ricerca continua delle più lievi sfumature, di segni, di spazi, di profondità, di punti-luce, di chiarori, di lampi, di ritmi campiti su fondi vibrati, composti di moti sinuosi. Evitò, sempre e senza fatica, schemi prefissati o di comodo. Le acqueforti si rivelano così un inesausto approccio alla realtà ambientale vista nell’ordito degli attimi di vita che divengono storia di questa ottengono la definitiva determinatezza, non avendo trascurato gli aspetti più profondi e più segreti che delle cose, anche umili, propongono alla memoria brevi suggerimenti, non meno importanti. Le luci, i trapassi, le rapide ripassature si assorbono nella evanescenza delle trasparenze contemplative e rimeditative. Il tono pittorico affiora dopo aver balenato la propria origine, si fa riconoscere negli itinerari, nei tracciati, nei nodi, nelle tensioni che conservano il senso dell’infinito. Pio Penzo ha saputo conquistare un ruolo «assoluto» nel settore dell’incisione, in cui va accreditato come Maestro.

Giulio Gasparotti in Pio Penzo, Acqueforti, 1993


10. Il Ponte, 1953

Nelle opere in mostra è interessare osservare il segno grafico evolversi, frutto di un quotidiano lavoro su carta e su lastra e delle esperienze con diversi maestri che hanno arricchito l’opera di Penzo.

Mario Deluigi ha insegnato a Pio Penzo la tecnica del tratteggio in verticale e in orizzontale, “lì era proprio la base da cui ho imparato ad ombreggiare a fare intorno quel sistema lì, dopo un paio d’anni però lì ho cambiato facendo ortogonale cioè trasversale aggiungendo eventualmente un segno verticale che indubbiamente rende più morbida il disegno i passaggi non son così secchi così rigidi.” Tratto dall’intervista a Pio Penzo, Mezzano, 13 giugno 1987.

Tra gli anni ‘60 e ‘70 il tratteggio di Penzo evolve ulteriormente e si nota una ricerca di semplificazione formale in cui il segno diventa sintesi geometrica.

Negli anni della maturità l’artista torna a una visione più atmosferica, nella quale però è visibile la stratificazione dell’esperienza, della tecnica, della costanza.

Il tratteggio di Penzo sembra evolvere da una costruzione architettonica a una meditazione espressiva (Mario de Gaudio) attorno all’ordine supremo e la bellezza immateriale del creato.